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Avevo conosciuto Fernanda nel luglio del 2007 nella casa di riposo dove quell’anno, dopo la morte di mio padre, avevamo ricoverato mia madre malata di Halzheimer e bisognosa di personale medico specializzato. A quell’epoca io e mia sorella frequentavamo la struttura quotidianamente più volte al giorno per non lasciarla sola in mano di estranei. Fernanda e mia madre erano ricoverate nella stessa stanza al primo piano, ma mentre mia madre aveva seri problemi di memoria ed era completamente in balia degli altri, Fernanda che all’epoca aveva 87 anni, era una donna completamente lucida e, benché destrutturata fisicamente e quindi costretta a muoversi in giro per i lunghi corridoi aiutata da un carrellino, mi teneva informata su quello che riguardava mia madre nei momenti in cui noi non eravamo presenti.

Ed in quella stanza era nata la nostra strana amicizia fatta di 40 anni di differenza d’età, di lunghi discorsi e di racconti che lei elargiva generosamente parlandomi della sua vita passata interessante e varia. Avevo scoperto che in gioventù era stata una condottiera a capo di un gruppo di donne che lavoravano nel magazzino della frutta di proprietà del marito, magazzino che anni addietro era finito in fumo causa un incendio sviluppatosi nella notte e che li aveva praticamente gettati sul lastrico. Ma questa è un’altra storia. Mi era difficile comunque immaginarla in quel ruolo quando la paragonavo a ciò che nel tempo era diventata, una anziana signora che deambulava con difficoltà. Ma ciò su cui voglio soffermarmi invece è l’amore per gli animali che Fernanda aveva. Negli anni della mia gioventù avevo memoria di questa signora ora anziana, alta e slanciata, negli anni in cui, più giovane, abitava nella grande casa Viesi non distante da casa nostra e che spesso avevo notato in giro per il paese sempre accompagnata dai cani della sua vita. E nei suoi racconti sovente si soffermava a ricordarli e parlava di loro con quell’amore che conoscevo molto bene, un amore che va ben oltre la specie di appartenenza e che lega indissolubilmente un umano ad un amico peloso. Mi raccontava di quando preparava abbondanti spaghetti per offrirne una porzione al suo pastore tedesco, e parlando dei suoi cani, sempre li chiamava per nome ricordando mille piccoli dettagli che riguardavano il loro carattere e da questo percepivo quanto ognuno di loro era stato unico e di fondamentale importanza nella sua vita. I nostri discorsi quasi sempre finivano a parlare degli animali e della loro straordinarietà. Ricordo che un giorno mi aveva anche raccontato di aver ucciso uno scorpione trovato non so dove, trapassandolo con la punta di un ombrello. Quella volta l’avevo ripresa, facendole notare che tutti, anche uno scorpione, hanno diritto alla vita e che uccidere qualcuno non è mai giusto e lei aveva capito, aveva incassato il rimprovero e si era giustificata dicendo che la paura l’aveva spinta a compiere quel gesto ma che era cambiata e non lo avrebbe fatto più. Perfino a tavola, informata dei soprusi che subiscono gli animali che finiscono nel piatto, aveva iniziato a rifiutare talvolta la carne che le portavano e che ogni tanto di nascosto impacchettava per il mio bellissimo amico peloso Darky. Mi aveva autorizzata a firmare per lei le petizioni per gli animali e ogni volta mi chiedeva se l’avevo fatto, se avevo messo anche il suo nome e ricorderò sempre il sospiro di sollievo e il sorriso che illuminava il suo volto raggrinzito dal tempo quando le rispondevo affermativamente.

Dopo la morte di mia madre avvenuta nel settembre del 2008 lei temeva che io l’avrei abbandonata ma invece ho continuato a frequentare la casa di riposo per farle visita, non più con la stessa assiduità ma comunque sistematicamente, inizialmente anche diverse volte a settimana. Ogni tanto le portavo Darky da guardare ed accarezzare e questo la rendeva assolutamente felice, ma poi qualcuno si era lamentato, perché in questa società un cane non è ben visto nei posti riservati agli umani e allora ci trovavamo di sotto sulla terrazza nel giardino, di fianco ad una grande porta a vetri, in un posto dove lei poteva godere tranquillamente della sua presenza. Mi ripeteva sempre quanto Darky fosse bello e mi raccomandava di non lasciarlo mai solo perché qualcuno avrebbe potuto portarmelo via. Di quegli anni difficili e intensi, mi districavo infatti tra il lavoro, le faccende di casa, le molte attività animaliste che avevo messo in piedi e le visite alla casa di riposo, quello che più ricordo è quanto avessi imparato molto da lei e dai suoi racconti e di come fosse bello stare ad ascoltarla. La vecchiaia ridimensiona tutto e rende le persone umili, fragili e bisognose di attenzione e affetto, le rende vere perché toglie loro quel bisogno di apparire che invece caratterizza altre fasi della nostra vita. Abbiamo dimenticato oggi quanto i vecchi siano importanti e come essi racchiudano la memoria storica delle vicissitudini di un paese, e li abbiamo relegati anzi al ruolo di fardello in società basate sulla produzione e sull’efficienza a tutti i costi che li considera alla stregua di zavorra da eliminare, cieca di fronte alle potenzialità racchiuse nel loro fragile mondo, alla saggezza di cui sono portatori, guadagnata ogni giorno sul campo della vita, agli occhi talvolta spenti e talvolta ancora sognanti che fanno incantare bambini ed adulti. Oggi abbiamo dimenticato che anche noi, se non moriamo prima, giovani e meno giovani, diventeremo vecchi, qualcuno di noi anche molto vecchio e che quello che oggi riserviamo alle persone che già lo sono, domani sarà riservato a noi.

Un anno o due dopo la morte di mia madre Fernanda era stata trasferita in un’altra stanza nella nuova ala della casa di riposo costruita successivamente. Ed in quella stanza asettica, scevra dai ricordi che mi legavano a mia madre, avevo continuato a frequentarla con meno sofferenza.

E venne anche il giorno fatidico, era la fine del mese di ottobre 2012, in cui Fernanda venne ricoverata d’urgenza all’ospedale Santa Chiara di Trento. Dopo un malore e la perdita di coscienza pensarono bene a 92 anni, di farle fare un volo in eliambulanza per intubarla ed ossigenarla tentando di protrarre ad oltranza la vita di una donna ormai arrivata al capolinea perché anche nella morte questa falsa società deve mettere in atto un teatrino di finto rispetto per la vita. Avevo ricevuto la telefonata dalle persone amiche che si occupavano dell’appartamento in affitto che lei ancora deteneva con la speranza un giorno di farvi ritorno. Mi ero affrettata a raggiungerla al pronto soccorso ma lei era ormai lontana e nel delirio di fine vita mi parlava delle mele che le portavo e che le piacevano tanto.

In questi giorni, la notizia dell’incontro di un orso e un bambino mi ha riportato alla mente un altro episodio analogo di cui proprio lei era stata protagonista. Non ricordo se il racconto di cui mi aveva resa partecipe e che riguardava una gita in montagna avvenuta diversi anni prima in compagnia del marito e di altri amici, risalisse a molto tempo prima della sua morte avvenuta l’1 novembre 2012 ma ricordo molto bene ogni parola di ciò che mi raccontò in quell’occasione.

Quando era ancora una donna nel pieno delle forze, durante una gita in montagna insieme ad altri lungo la strada sterrata che dalla località Fontana Maora porta al rifugio Peller, zona che conosco molto bene, aveva incontrato l’orso.

Ad un certo punto, quando stavano salendo lungo la strada che porta al rifugio, lei era rimasta indietro rispetto al gruppo per raccogliere delle more lungo il bordo della strada. Mentre china si apprestava a cogliere i piccoli frutti, da dietro un cespuglio era comparsa la testa enorme di un orso bruno. Pietrificata, si era alzata lentamente dalla posizione prona ed era rimasta ferma immobile, paralizzata dalla paura, a fissarlo. Lui, dapprima l’aveva guardata incuriosito o forse intimorito allo stesso modo, poi, maestoso, si era alzato sulle zampe posteriori. Enorme davanti a lei, se ne stava fermo immobile muovendo piano le labbra e, per un attimo, che le era sembrato un’eternità, si erano squadrati l’un l’altro poi, lui si era rimesso a quattro zampe e, sfatando ancora una volta il mito dell’orso pericoloso e aggressivo, le aveva voltato le spalle allontanandosi tranquillamente per sparire tra il verde del bosco e proseguire indifferente il suo cammino.

Inutile dire che quando raccontò l’accaduto ai suoi amici, nessuno della combriccola le credette e per anni anzi la presero in giro per questa storia a loro dire fantasiosa ma io so, sono certa, che l’incontro era avvenuto davvero, intanto per l’intensità, l’accuratezza dei dettagli e la luce che brillava nei suoi occhi quando mi narrò l’episodio e poi perché lei, fervente credente e timorosa di dio qual’era, mai e poi mai avrebbe messo in piedi una storia falsa proprio verso la parte finale della sua vita.

Cara amica Fernanda, ora sei energia dell’universo, libera di spaziare tra le galassie, leggera come una piuma senza più il peso degli anni da portare, ma l’immenso regalo che mi hai fatto, la tua amicizia, è rimasto intatto dentro il mio cuore. Dopo mio padre, mia madre ed altri che sono usciti dalla mia vita, dopo che tu te ne sei andata, nel 2015 anche il mio Darky che come me amavi tanto, mi ha lasciata, ma ora mi piace immaginarti correre, scalza, insieme ai tuoi cani e a lui, e percorrere gli spazi infiniti del cielo, ancora preoccupata che qualcuno me lo porti via. Ti prego, abbine cura, finché non verrò a riprenderlo.

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