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La gita al lago di Favogna, e lo sfruttamento dei cavalli (lo specismo impera sovrano ovunque) 1
Vista lago con chiesetta sullo sfondo

Il  lago di Favogna è un laghetto alpino poco profondo, situato sull’altipiano di Favogna a 1034 m nel comune di Magrè sulla Strada del Vino, a circa 44 km da Bolzano. Sia il lago che la zona circostante, per una estensione di ben 10 ettari, sono un biotopo protetto per il suo valore botanico e faunistico. Lo abbiamo raggiunto in auto facilmente partendo da casa in tarda mattinata inizialmente indecisi anche sulla meta. La strada che porta fin lassù è ripida, stretta e tortuosa e si inoltra tra i boschi, intervallata da qualche tratto pianeggiante e un ultimo tratto in discesa. Eravamo partiti con tanto entusiasmo per visitare questo luogo a noi sconosciuto senonché prima di terminare la salita abbiamo incontrato un calesse trainato da due cavalli neri che il conducente al nostro passaggio aveva fatto sostare a lato della strada. Ed è stato principalmente questo a rovinarmi la giornata. Ho visto in questi due cavalli che arrancavano sulla salita trainandosi il peso del calesse, tutto l’errore umano e lo sfruttamento degli animali. I loro dorsi lucidi brillavano al sole, e i finimenti parlavano chiaramente del loro stato di schiavitù. Una frusta penzolante da un lato fissata al calesse, evidenziava ancor di più il concetto di dominanza e supremazia umana su di loro. Di certo non avevano scelto di essere li sotto il sole in una domenica calda di primavera a trainare un carretto su una strada ripida di montagna guidati da un umano che chiacchierava tranquillamente con un compagno sedutogli accanto. Da quel momento il mio pensiero è corso spesso a loro e, una volta arrivati a destinazione, non è bastata la vista di questo luogo tranquillo, immerso nella natura, con un piccolo ristorante, pochissime case, e ancor meno abitanti, a distogliere il mio pensiero dalla scena.

Arrivati a destinazione, attraversando il prato di erba ingiallita appiattita sul terreno dai mesi nevosi dell’inverno appena trascorso che abbiamo percorso prima di arrivare alla stradina sterrata che porta al lago, quasi stavamo per calpestare un rospo mimetizzato tra l’erba che abitava poco distante insieme ad altri suoi simili in un piccolo stagno di canneti e bambù pullulante di vita a pochi passi dal lago.

Una ventina di persone, alcune sdraiate sull’erba a prendere il sole, reduci da un recente bagno nonostante le temperature non ancora adatte di questa primavera appena iniziata, altre sedute sulle panchine a consumare un frugale pasto o semplicemente a chiacchierare, si trovavano già nei pressi dello specchio d’acqua e la passerella che dalla riva si sporgeva fin sopra le acque e culminava con una scaletta che si tuffava nel lago, davvero molto suggestiva e romantica.

Ma il nostro desiderio di solitudine e tranquillità ci ha portati ad abbandonare quasi subito il posto per raggiungere la chiesetta visibile in lontananza, posta sopra una collina, dove ci siamo fermati per il nostro pic nic all’aperto. Sul luogo cinque chiassose amiche avevano occupato la panchina più bella, quella esposta al sole che apriva la vista su tutta la valle mentre il vocio e le loro risate riempivano il silenzio naturale del posto. In lontananza sentivo abbaiare un cane e mi chiedevo come faccio sempre, se in quel luogo sperduto fosse almeno libero di girovagare o fosse magari uno dei tanti cani che ancora purtroppo si trovano in giro per il Trentino legati ad una catena e posti di guardia a qualche stalla.

All’interno del muro di cinta della chiesetta che con un cartello sul cancelletto vietava l’accesso ai cani, il cimitero con le tombe che si susseguivano una dopo l’altra coprendo tutto il perimetro del muro,  i morti erano pochi, molti con lo stesso cognome il che indicava come appartenessero quasi tutti alla stessa famiglia degli abitanti di quella zona sperduta tra i monti dove perfino la strada ad un certo punto finiva.

Alcuni minuti più tardi vediamo arrivare in lontananza la carrozza con i cavalli incontrata per strada, e mi sorprende il fatto che siano già arrivati. Avevano percorso la discesa e finalmente li ho visti entrare in una stradina che conduceva ad una fattoria, grata che almeno avessero la possibilità di fermarsi e riposare. Ma la mia speranza si è rivela vana quando dopo solo alcuni minuti li ho visti ripartire per ripercorrere all’incontrario la strada dalla quale erano arrivati che ora si era trasformata per loro in una ennesima salita. Le persone sul calesse adesso erano 4 e non più due ed ho pensato alla fatica cui erano costretti. Chissà se almeno avevano avuto la possibilità di bere dell’acqua? Sul tratto di strada pianeggiante li ho visti spinti ad un lento galoppo cui solo uno dei due pareva rispondere, mentre le donne osservavano in lontananza compiaciute di questo spettacolo inatteso. Di certo loro non erano come me, e non vedevano oltre l’apparenza. Di certo per loro era normale che dei cavalli trainassero un calesse, in questo mondo specista ed antropocentrico lo sfruttamento animale fa parte della cultura imperante che ci viene imposta ed insegnata fin da piccoli, ma d’altronde di che potevo mai sorprendermi? C’è stato un tempo in cui anch’io ero come loro, anch’io non vedevo, anch’io non sapevo guardare oltre, vittima e complice del pensiero collettivo dominante che vede i diritti degli altri animali relegati in fondo alla scala dei valori stabiliti dagli uomini.

Sulla strada del ritorno, una breve sosta per scattare alcune foto ad un maniero antico che sembrava disabitato benché ancora in buone condizioni posto ai margini di una grande radura. L’incontro inatteso con una donna anziana che abitava insieme al marito novantenne, un’ala dell’edificio. La donna sembrava felice di poter scambiare quattro chiacchiere con qualcuno, e dalle sue parole emergeva tutta la solitudine cui è stata costretta dalla vita e di quanto il desiderio di andare via da quel posto solitario fosse stato grande quanto il desiderio di vivere. Ci raccontò di aver visto l’orso almeno 2 o 3 volte quando sceso dai boschi per mangiare il cibo destinato ai caprioli si era avvicinato alla casa e di come lei non lo avesse mai temuto e di come invece avesse ora paura di andare a funghi nei boschi da sola da quando i lupi erano arrivati in zona. Ci raccontò dei giovani che avevano abbandonato quel luogo solitario per andare a vivere in valle, tra la gente, nella modernità e il casino, tra tutto quello che la vita poteva offrire loro. Ci raccontò di come molta gente la ritenesse fortunata di vivere in un posto tanto bello in mezzo alla natura e di come dentro di lei sorridesse ogni volta a questa affermazione sapendo che poche persone avrebbero resistito a tanto silenzio e a tanta solitudine se non per un breve periodo di tempo da trascorrere in vacanza, di come scendesse poche volte a valle solo per fare la spesa nel paese di Cortaccia accompagnata da qualche nipote che la veniva a prendere, di come il marito anziano si recasse talvolta nel ristorante giù al lago quanto si rimaneva a corto di qualche provvista come ad esempio lo zucchero.

Lasciato il maniero, sulla strada del ritorno la mia speranza di non incontrare nuovamente il calesse per evitare la sofferenza che avrei provato si avvera.

E così alla fine di questa giornata, non ho potuto fare a meno di fare alcune tristi riflessioni:  in una società dove ormai anche i diritti individuali delle persone sono stati assolutamente cancellati e calpestati come quello al lavoro e soprattutto in primis quello alla libertà, che possibilità avranno mai gli animali di vedere riconosciuti i loro?

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