Nel 2018 siamo abituati ormai ad ogni sorta di notizia e nulla purtroppo, ci sorprende più. Questo avviene anche per quanto riguarda gli animali e le nefandezze che si compiono su di loro e nei loro confronti e, visto che l’abiezione umana non ha limiti né teme confronti con altre specie anche di altri eventuali pianeti, è arrivata ormai da tempo al punto di ritenersi in diritto di manipolare ogni vita che per sua sfortuna popola e condivide con lei il pianeta terra.

Ecco allora che nel lontano Giappone un giorno si scopre che esiste una carne di bue nero chiamata, a seconda dalla provenienza, Wagyu se da una qualsiasi località giapponese e Kobe se dall’omonima  località e che si ottiene pare, nutrendo gli animali con cereali, una razione quotidiana di birra o sake (bevanda alcolica che si ottiene dal riso), massaggi quotidiani, e facendo ascoltare loro musica classica (chiaramente nessuno ha chiesto a questi animali se gradiscono i massaggi costanti né se amano ingozzarsi di birra ma il loro parere comunque non avrebbe importanza e non sarebbe tenuto in alcuna considerazione) il tutto per ottenere una carne marmorizzata tanto pregiata che si vende sul mercato anche a 1000 euro al kilo.

Abbiamo ormai da tempo capito che la maggior parte degli uomini sarebbe letteralmente disposta a vendere la madre per soldi e quindi se anche l’amore di una madre è commercializzabile che cosa ci si può aspettare quando la vittima dell’avidità umana è un altro animale?

E l’Italia, una decina di anni orsono, visti i costi di importazione, ha pensato bene di procurarsi da sola questo tipo di carne. Grazie ad un progetto della facoltà veterinaria di Bologna, un paradosso se pensiamo che la professione veterinaria nasce con lo scopo di curare animali e non di collaborare al loro massacro, sono nati nel bolognese nuovi allevamenti di queste specie particolari di bue, che hanno dato inizio ed esempio, visto che poi altri hanno seguito le loro orme, alla produzione locale di questa carne preziosa.

Ma, il mercato della carne sempre più famelico e timoroso anche per il numero di vegetariani e vegani in costante aumento, non si ferma e inventa o sottopone all’attenzione del suo pubblico, nuovi termini per invogliare la gente a nutrirsi di cadaveri. Ecco che allora negli anni più recenti In tv e sui giornali impazzano e vengono portati all’attenzione del consumatore, vocaboli come carne scottona (di mucca vergine), carne chianina, e altri di cui fino ad oggi mai si era sentito parlare se non forse negli ambienti rurali e che, oltre ad  impadronirsi delle macellerie, invadono in breve tempo i vari steak houses e i vari mc donalds del paese.

Ma, tipologia di carne a parte, urge una riflessione profonda: le carni di questi animali trattati come cose, privati della libertà, manipolati come oggetti, hanno una cosa in comune, provengono tutte da esseri viventi che sono stati fatti nascere, allevati e in alcuni casi anche torturati, solo per essere brutalmente uccisi, cucinati a dovere (la carne cruda non sarebbe allettante per nessuno) e poi finire sulla tavola dei consumatori onnivori.

 

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